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APPROFONDIMENTI

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FRAGILITA' E GRANDEZZA DELL'ESSERE UMANO



Una utile considerazione riguarda la consapevolezza armonicamente equilibrata della duplice irrinunciabile componente dell’essere umano, da cui scaturisce la saggezza del vivere: da una parte la sua miseria e dall’altra la sua nobiltà, la sua pochezza accanto alla sua grandezza, cioè la presa di coscienza sempre antica e sempre nuova delle giuste connotazioni metafisiche del soggetto umano. Da qui, dall’autentico concetto di sé, nasce la capacità per l’uomo di sapersi relazionare in modo vivo e costruttivo verso i suoi simili e le cose del mondo, per un fruttuoso sviluppo della vita nelle sue numerose sfaccettature, senza lasciarsi deviare in atteggiamenti e comportamenti disordinati e pericolosamente opposti alla vita stessa.

A questo proposito illuminanti appaiono le parole del salmo, dove si proclamano davanti alla signoria suprema di Dio la piccolezza e insieme la nobiltà della creatura umana:
“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato” (Sal 8,5-6)
Tale accostamento dei due elementi, che compongono l’essere dell’uomo, determina da un verso la sua inconsistenza, ma dall’altro indica la sua elevatezza al di sopra delle altre creature terrene, fino ad avvicinarsi al grado eminente dell’angelo. Ci si chiede quale sia la causa di questa duplice composizione, che appare per un certo senso quasi contraddittoria, ma ne rivela invece la complessità e la bellezza, facendone un armonico concentrato di materialità e di spiritualità, di tenebrosità e di luminosità, di fugacità e di fermezza imperitura, come abbracciando in sé due mondi lontani, se non diametralmente contrapposti: il celeste e il terrestre. Da qui la denominazione di “microcosmo” riferita propriamente all’uomo.


1. La piccolezza dell’uomo è data propriamente dall’atto creatore, in forza del quale si è adempiuto il passaggio dalla non-esistenza all’esistenza, dal nulla all’essere. Ciò costituisce il vero salto metafisico, che pone la distinzione o la lontananza insuperabile tra l’ente assoluto e necessario, l’ipsum esse subsistens, colui che esiste per se stesso senza richiedere altra causa produttrice, cioè l’essere divino, e l’ente contingente e precario, quello appunto che è stato causato dall’intervento creatore e che risulta composto di limitatezza entitativa, poiché dipendente dal soggetto che lo ha posto in esistenza. Per questa radicale motivazione la creatura umana non può assolutamente ritenersi autonoma nel suo esistere, né poter pensare di essere lei stessa il padrone o il produttore della sua entità. Da qui il suo limite invalicabile e l’origine della sua piccolezza metafisica, l’inizio indiscutibile e fermo del suo esserci e del suo vivere nella storia. L’uomo in tal modo acquista la consapevolezza profonda di se steso quale soggetto storico, delimitato nel tempo e nello spazio, il cui inizio e la cui fine non possono essere stabiliti da se stesso, ma derivano da Colui che lo ha posto nell’esistenza per un atto di potenza infinita e di amore gratuito e generoso. Perciò l’esistenza gli è stata donata e consegnata gratuitamente e liberamente da un Altro, infinitamente superiore all’uomo.
Sta qui il senso più radicato della sua creaturalità, la sua demarcazione insormontabile, la sua pochezza ontologica; l’uomo proviene da Dio, è una sua fattura. Questo forma il dato fondamentale che va accolto e vissuto in intima consapevolezza e serenità, che non può essere mai dimenticato o sottaciuto, ma che rivela la verità totale dell’essere umano e pertanto la sua gioiosa autocoscienza. Egli non deve perdere il senso ultimo del suo ex-sistere, cioè di essere posto in essere da qualcuno più grande di sé, da cui non è possibile distaccarsi senza cadere nell’annientamento di se stesso e del mondo che lo circonda. Non può presumere falsamente ed erroneamente di essere lui l’inizio o l’origine di se stesso, ritenendosi autosufficiente. Ne scaturisce l’atto sublime e luminoso di verità e di umiltà basilare, da cui non si può scappare e che rende il soggetto umano dignitosamente leale e rispettoso, onesto e giusto, cioè veritiero con se stesso e perciò costruttore della sua autentica personalità.


2. La nobiltà dell’uomo nasce anch’essa dalle parole del libro della Genesi, in cui si racconta la sua creazione da parte di Dio, il quale disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26). Dicendo che l’uomo è fatto a somiglianza di Dio, si afferma che la sua realtà, il suo essere è simile a quello di Dio. Si nota immediatamente il balzo di qualità che eleva la piccola creatura umana verso le altezze vertiginose della divinità; quell’essere plasmato dalla polvere della terra, di fatto possiede in sé una impronta divina. Niente di più sublime e grandioso, La somiglianza con Dio consiste concretamente di rendere l’uomo una persona, cioè un soggetto pensante e volente, libero e responsabile, interlocutore di Dio, suo partner ed amico, con cui Dio vuole stabilire un rapporto di reciproca comunione nella donazione di uno all’altro, nel colloquiare quasi alla pari, come fossero della medesima famiglia. Tutto ciò sorprende e gioiosamente meraviglia. Di questo evento l’uomo deve prendere coscienza per scoprire e contemplare la nobiltà del suo essere, l’elevatezza della sua persona, per sentire e vivere la sua piena dignità e la sua autentica signorilità. L’uomo è colui che parla con Dio, sta di fronte a Dio suo creatore come fosse partecipe della sua stirpe, risponde liberamente a Dio, potendo accettare o rifiutare il suo amore.
In effetti l’uomo si ritrova come colui al quale si può rivolgere la parola. Ciò significa che egli viene considerato e costituito nella sua dignità di persona idonea la colloquio, nel momento in cui Dio gli parla e lo ritiene capace di relazionarsi a lui ed entrare in comunione con lui. L’uomo così scopre in se stesso la sua vera nobiltà, propria di un soggetto che ha una parola da accogliere e da proporre, un sentimento da esternare verso l’altro. Ne segue che si coglie come qualcuno aperto verso gli altri, distinto ma insieme correllato ad altri soggetti simili a lui, libero di rendersi disponibile al rapporto e costruire una socialità di conoscenza e di amore. In tal modo egli realizza l’affermazione di se stesso quale persona libera e responsabile non solo di fronte ai suoi uguali e al mondo terreno, ma in modo concreto e principale di fronte a Dio, perché egli decide della propria esistenza se accettarla quale risposta di amore e corrispondenza di fede al suo creatore.
Veramente mirabile e inaudita dignità dell’essere umano! L’importante che essa venga riconosciuta, accolta e vissuta.


3. Questi due elementi sono coessenziali e vanno assolutamente tenuti assieme e avvinti l’uno all’altro, senza tuttavia confonderli o sminuirli: da una parte la finitezza umana, la sua dipendenza creaturale, e dall’altra la sua alta dignità e nobiltà personale. Essi non si possono scindere o separare, affermando l’uno e negando l’altro a seconda dei casi, altrimenti l’uomo perde il senso autentico di sé, il suo essere se stesso e di conseguenza il suo rapportarsi verso gli altri. Quando l’uomo rompe l’armonica esistenza dell’uno e dell’altro elemento della sua costituzione essenziale, di fatto precipita nella negazione di sé, nello sfacelo della propria e dell’altrui persona e pone in atto il disordine generale
In effetti il soggetto umano, proprio in forza della sua dignità personale, della sua libertà d’azione, della sua coscienza interiore, si pone nella possibilità di due riscontri davanti a Dio: quello di entrare nella sua comunione in modo sincero e disponibile, oppure quello di chiudersi nel proprio egoismo e rifiutare liberamente la sua adesione a Dio e il suo interferire con lui. Nel primo caso si rafforza nella sua vita onesta e consapevole, crescendo e maturando nella propria personalità intelligente e socievole, nel secondo caso invece precipita in un profondo egoismo o egocentrismo, che lo ripiega in se stesso, incapace di vedere gli altri e le cose in modo giusto e quindi sapersi ad essi relazionare costruttivamente, ma tutto imbastisce in funzione di se stesso. Perdendo il contatto con la fonte originaria della sua esistenza, l’uomo si ritrova nel suo nulla e nella sua inconsistenza, in ragione appunto di aver perso la sua signorilità di persona somigliante a Dio, e insieme si ritiene erroneamente di essere lui il padrone di sé e del mondo, dissolvendosi nel proprio vano e rovinoso orgoglio.
Ne seguono due effetti deleteri e disastrosi, a causa di avere accentuato un aspetto della realtà umana a discapito dell’altro, avendo cioè operato la divisione tra i due elementi coessenziali. In una prima evenienza l’uomo riconosce e ammira soltanto la sua grandezza, senza tener conto dei limiti inerenti al suo essere finito, misconoscendo o rinnegando la sua metafisica povertà, per ritenersi illusoriamente al di sopra di se stesso ed ergendosi a padrone assoluto della propria vita e di quella altrui, pensando di poterla manovrare secondo i suoi capricciosi interessi. Di fatto diviene un alienato, un diverso da quello che è, non più consapevole di sé, ma altezzoso, presuntuoso, al di fuori di ogni regola e rispetto o di legittima barriera, facendosi oppressivo verso gli altri e violento, arrogante, strafottente, incurante della finitezza propria e del suo dovere di rendere ragione alla verità e alla bontà delle cose. Veramente da queste sciagurate premesse tutto diventa possibile, anche ciò che umanamente sembrerebbe impossibile.Purtroppo i fatti di cronaca contemporanea ne danno una tragica e sconvolgente conferma.
In una seconda evenienza, l’uomo considera e accetta soltanto la sua piccolezza e miseria, non apprezzando sufficientemente la sua alta dignità,. In tal modo si mette in una situazione non più sua, ma al disotto di sé, in corrispondenza degli esseri a lui inferiori, cioè alle bestie. Avvinto al proprio istinto passionale ed emotivo, privo di razionalità e di coscienza personale, è portato a negare o ignorare responsabilmente i valori etici e spirituali, la dignità della propria persona e di quella degli altri. Diventa un essere mostruoso, che cresce smisuratamente nel corpo e negli aspetti materiali del benessere fisico, mentre la sua anima si rimpicciolisce fin quasi a disperdersi nell’evanescenza e nel nulla. Di fatto anche lui non è più se stesso, nel senso opposto al caso precedente, poiché rinnega il suo vero essere, considerandosi meno di quello che è e ponendosi nel rango avvilente dell’ignavo e dell’insipiente, dello stolto e dell’incivile, dell’istintivo e dell’impulsivo. A questo punto tutto precipita in rovina e non si dà più alcuno spazio ad una sana e proficua edificazione di alcunché di buono e di utile. Tutto va alla malora e alla deriva delle mode passeggere e insulse.
Da qui la necessità per l’uomo odierno di ricuperare un giusto concetto di sé, senza frodi o inganni di diminuzioni o di maggiorazioni non corrispondenti alla verità del suo essere creaturale. Egli accetta i propri limiti, senza traumi o complessi inibitori, perché sa di essere stato creato e posto nell’esistenza da Dio, sa di possedere delle meravigliose facoltà d’intelligenza e di volontà, di sensibilità e di generosità; per cui intende metterle in opera con efficacia, collaborando con il suo creatore, per usare saggiamente di esse, senza farsi delle vani illusioni né intraprendere delle imprese più grandi delle sue forze. In questa maniera contribuisce efficacemente allo sviluppo e alla maturazione della vita umana sulla terra, con ordine e armonia, nel rispetto delle esigenze proprie e altrui, senza sopraffazioni o ingiustizie. Ne segue un sano rapporto con gli altri esseri umani e li riconosce nella verità del loro essere, uguale al suo, ricco e povero insieme, misero e nobile. Per questo non può disprezzare o emarginare o odiare l’altra persona come fosse inferiore a sé e indegna dell’essere umano; oppure non può esaltarla eccessivamente o idolatrarla quasi fosse un essere divino e onnipotente, prostrandosi al suo servizio da schiavo anziché da uomo libero e responsabile. Tutti sono creature di Dio fatte a sua immagine e somiglianza, pur essendo impastate di creta e avendo i limiti propri della natura umana. Emerge un concetto esatto degli altri, come quello di se stesso, provocando un rapporto di comunione sincera e fattiva, costruita sulla verità e sull’amore.
Ne deriva conseguentemente un equilibrato riferimento verso le cose del mondo, che costituiscono l’habitat dell’uomo, l’ambiente vitale del suo essere e del suo agire. Il credente sa che tutto è dono di Dio, del suo amore e della sua provvidenza, affinché gli uomini abbiano il necessario e il dilettevole per la loro vita e la loro crescita. Egli gode di tutta questa abbondanza e di queste meraviglie esistenti per il suo bene, per il bene di tutti; ma egli sa anche che queste cose non sono a sua totale e arbitraria disposizione, come se ne fosse il padrone dispotico e capriccioso. L’uomo deve sapersi identificare ad un amministratore saggio e giusto degli svariati doni naturali e cosmici, per cui li rispetta, li ammira e se ne usa nella debita elaborazione, ma non può sfruttarli abusivamente e irregolarmente, al solo scopo egoistico del proprio benessere. Se egli va fuori di tale ordine e di una sana prospettiva, causa mali incalcolabili sul patrimonio genetico e naturale della terra e dei suoi abitanti, come oggi amaramente si constata.
D’altra parte non può rendersi schiavo dei beni terreni, attaccandovi il cuore e facendo di essi un assoluto, mettendoli al primo posto nella vita e nei pensieri, in modo da soffocare gli altri risvolti interiori di spiritualità. Si attua così una posizione menzognera e tenebrosa, conducendo gli uomini verso i lidi aridi e banali, dove signoreggia solo il denaro, la sessualità sfrenata, il carrierismo vanitoso, il possesso avido o il dominio prepotente. Si può dire in verità, come afferma ripetutamente Benedetto XVI, che la società odierna cade nella dittatura del relativismo e del soggettivismo quale regola incondizionata di vita. Al contrario, rientrando in se stesso e riscoprendo un sano concetto di sé, la persona umana sa discernere, per saper distinguere e volere ciò che è bene, è vero e giusto e rifiutare il male, il falso e l’ingiusto.
Viene da gridare con S. Leone Magno: o uomo, riconosci la tua grandezza e insieme accetta la tua piccolezza! Sii quello che sei: una creatura eccelsa per la somiglianza con Dio e un essere minuscolo per la realtà limitata del tuo essere finito. La Vergine Maria l’aveva stupendamente capito quando ha cantato il suo poema: “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva…Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,46.52).

 

 

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